Viveva a Martin-Sicuro il lupo di mare che ha "importato„ la pesca con le lampare

Gennaio 1958 - Il resto del Carlino

Salvatore Calise, già capitano della marina mercantile, insegna ai bambini l’arte del marinaio.

Durante la guerra si guadagnò una medaglia d'argento - La sua passione è quella di farsi affascinare, di notte, dalle lampare che in fila sul mare sembrano i lumi di una città fosforescente.

Non è leggenda, ma realtà che esistano ancor oggi, uomini attaccati tenacemente al mare, come ostriche agli scogli. Nel loro volto abbronzato, dalle mille rughe è inciso l’inconfondibile mito del mare ed il loro cuore non è che una vivente carta nautica.

Vive a Martinsicuro, paese di pescatori alla foce del Tronto, Salvatore Calise nato a Forio d’Ischia, sessanta anni fa e qui venuto, fin da lontano 1923. Figlio di Pescatori, ha ereditato la passione del mare, questo male del mare che i marinai si tramandano di generazione in generazione, istintivamente, come dono geloso, tanto l’hanno nel sangue.

Salvatore mi ha confessato che non potrebbe vivere lontano dal mare, dalla sua casetta, che dista due passi dalla spiaggia e per lui è come un rifugio alle tempeste della vita e della natura, perché sia all'alba che al tramonto, e fino a quando si alzano le prime stelle, lui è lì, sulla riva, a fissare l’immensità delle acque, a spiare i venti, a sconsigliare di andare a mare, di rimandare la pesca, se nuvole minacciose si avanzano dall'Appennino.

Ora, che non va a mare come una volta è di guida ai più giovani ed inesperti, è sempre pronto ad aiutare, ad incoraggiare. Aveva appena diciassette anni, quando portò a La Spezia la prima lampara e da lì poi venne a Martinsicuro, dove ancora non era nota la pesca del pesce verde e fu il primo a far conoscere ai pescatori di Giulianova, Silvi Marina e San Benedetto, questo nuovo genere di pesca, che oggi dà a vivere a circa trecento famiglie, che devono a lui un certo benessere, perché prima di allora c’erano solo le paranze, ora scomparse.

Infatti al tramonto, sulla distesa azzurra, non si vedono più le vele colorate, tanto caratteristiche, ma solo a notte si accendono sul filo dell’orizzonte i globi luminosi, fosforescenti delle lampare, in fila indiana, come i lumi di una fantastica città galleggiante, sorta dagli abissi marini. L’ultima paranza, è stata inghiottita dalle acque volubili e limacciose del fiume Tronto, l’inverno passato, ed era l’ultima superstite di un genere di pesca ormai sorpassato. Molti sono gli episodi straordinari, che Salvatore mi ha narrato e che io ricordo in parte, nel suo dialetto napoletano, colorato e vivo.

Mentre fuma e guarda ora il cielo ora le onde, che si infrangono ai nostri piedi, mi narra delle sue avventure. Nel ’30, mentre si trovava a Forio d’Ischia, il veliero “Immacolata” andò in avaria senza un attimo di indugio, col suo battello, si recò in aiuto della nave pericolante, ma la sua piccola imbarcazione si capovolse e rimase in acqua, per ben cinque ore, finchè lui ed i compagni, non furono tratti in salvo, da una nave rumena e sbarcati alla Maddalena, in Sardegna.

Ma quante volte è stato in pericolo? Neanche lui lo ricorda.

Con orgoglio mi mostra la sua licenza di capobarca, cioè di capitano della marina mercantile, licenza che ha fin dal 1929. In tempo di guerra salvò nelle acque di Forio, dove si trovava temporaneamente, un bersagliere che non sapeva nuotare e gli diedero la medaglia d’argento. Ogni anno prende parte a cortometraggi per documentari.

A trentadue miglia distante dalla costa, viene ripreso mentre è intento alla pesca coi palancaro, di razze, dal peso di otto o nove chili ciascuna. Ora che ha figli ed è nonno, la sua passione per il mare non è venuta meno; col suo piccolo battello, parte alle prime luci dell’alba e torna al tramonto costeggiando la riva, tra San Benedetto e Giulianova, per la pesca di anguille e capitoni. Insegna ai bambini l’arte del marinaio, impara loro a rammagliare le reti, a remare, cerca di inculcare l’amore per il mare ai giovanissimi, come ha fatto per i propri figli. E bisogna vederlo, il nostro lupo di mare, mentre appoggiato al suo battello, circondato dagli scugnizzi che lo seguono con viva attenzione, insegna loro le prime elementari cognizioni marinare. E non è fuori luogo chiamarlo “Il re di Martinsicuro”.

Nella sua casetta bianca, semplice luminosa, troneggia su di una parete una aragosta gigante di Sardegna, emblema della sua gente, della sua discendenza marinara, che difficilmente si potrebbe smentire.

Salvatore e il mare sono una cosa sola, perché sul mare è nato ed è sempre vissuto.

Per lui la vita è mare.

Lea Ferranti

Gennaio 1958 Il resto del Carlino

Il Resto del Carlino 1958